Questo blog
Collegato da qui
Siti amici
Questo blog
 
 
 
 
Collegato da qui
 
 
 
Siti amici
 
 
 

venerdì 29 novembre 2013

Lo sterco del diavolo - Jacques Le Goff


Sinossi:

Il denaro nel senso in cui lo intendiamo oggi è un prodotto della modernità. Non è un protagonista di primo piano del Medioevo, né dal punto di vista economico e politico né da quello psicologico ed etico; è meno importante e meno presente di quanto non lo fosse nell'Impero romano, e soprattutto assai meno centrale di quanto non diventerà nei secoli successivi. Dai pulpiti medievali risuona la condanna dell'avarizia come peccato capitale e le parole dei monaci e dei frati elogiano la carità ed esaltano la povertà come ideale incarnato da Cristo. Non l'accumulo, non la ricchezza garantiscono il buon vivere. La salvezza è nel dono e nel sostegno ai deboli. La pecunia è maledetta e sospetta, perché né il denaro né il potere economico sono arrivati a emanciparsi dal sistema globale di valori proprio della religione e della società cristiana. La moneta sonante tornerà a girare con i rifornimenti di metallo prezioso, con lo sviluppo dell'economia cittadina, con la fondazione alla fine del XV secolo di istituti di credito per la sussistenza di molti poveri e con la nascita di una sorta di mercato unico. Sarà una rivoluzione lenta e silenziosa a modificare i pensieri delle donne e degli uomini del Medioevo e della stessa Chiesa, una rivoluzione che ha nome "capitalismo".



Recensione:

Chiesa e denaro. Ossimoro di difficile soluzione, ma anche interpretazione, dal momento che molti hanno preso spunto da questo pregevole studio sul Medioevo di Jacques Le Goff per lanciarsi in voli pindarici e invettive contro la Chiesa attuale. 


Tuttavia il testo di Le Goff, esponente tra i massimi storici dell'Età di Mezzo e autore di numerose opere sull'argomento, affronta la mentalità di quel lungo periodo storico che va dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente alla scoperta dell’America, con cura intellettuale unita al metodo scientifico.

Nella parte iniziale del Medioevo, periodo che va dal IV secolo al XII, il medievalista spiega come l'indice di ricchezza degli individui non fosse affatto dato dal denaro bensì dal potere, dai privilegi e terre possedute. La “moneta sonante” era infatti tenuta in bassa considerazione se non addirittura spregiata: la principale rappresentazione simbolica del denaro nell'iconografia medievale è una borsa che, appesa al collo del ricco, lo trascina all'Inferno (immagine presente anche nella Divina Commedia).



Le Goff, oltre a raccontarci la storia delle monete nell'economia e nella politica del tempo, ci offre uno spaccato del pensiero medioevale che è in maniera preponderante dominato dalla religione e di conseguenza condizionato nell'atteggiamento dei fedeli sia verso il denaro in sé che verso l'uso che se ne deve fare. Ovunque i predicatori elogiano la povertà e la carità, condannando l'avarizia come uno dei peccati capitali. Diversi sono anche gli ordini religiosi mendicanti che si sviluppano in quel periodo.

La Chiesa si scaglia contro la pratica del prestito in cambio di interessi definendolo come un peccato gravissimo, una vera e propria morte dell'anima. Il denaro non può partorire denaro e quindi il profitto che va oltre al capitale iniziale prestato è da considerarsi usura. In un manuale per confessori ad opera del vescovo inglese Cobham si trova citato: “L'usuraio punta a guadagnare senza lavorare, addirittura dormendo; ciò va contro il precetto del Signore che ha detto:'Col sudore del tuo volto mangerai il pane'”. L'unico modo per un usuraio di evitare l'inferno era il pentimento seguito dalla restituzione del guadagno illecito.



Nel saggio seguiamo l'evoluzione del denaro da una società prevalentemente contadina di impianto feudale, dove la moneta circolante era piuttosto scarsa e i prodotti venivano utilizzati soprattutto per l'autoconsumo o scambiati tramite il baratto, ad una società in forte sviluppo urbanistico e commerciale, anche ad ampio raggio.

Le città diventano così i punti focali per la crescita socio-economica. Con la loro incessante richiesta di opere pubbliche, mulini, chiese, strade, ponti, ma anche di retribuzione per tutti i funzionari che la amministrano, sono da sprone per il ritorno della monetazione aurea. Si assiste alla nascita di zecche e al perfezionamento della tecnica di conio, opifici che solo gradatamente verranno inglobati nel monopolio del potere regio, con tutte le conseguenze di organizzazione fiscale e di tesoreria che ne derivano. È nella Sicilia del 1231 che vengono coniate le prime monete europee, gli augustali di Federico II, anche se le prime vere monete d'oro saranno il genovino e il fiorino, emesse nel 1252 rispettivamente a Genova e Firenze, e il ducato coniato a Venezia qualche anno dopo. Naturalmente ad esse si affiancherà anche la diffusione di monetine di basso valore, le cosiddette monete nere, per le esigenze quotidiane del popolo e le elemosine.


Con la crescente domanda di denaro liquido a fini commerciali e per lo sviluppo urbano, si assiste ad un lento cambiamento dell’immagine del prestatore di soldi, nonché di percezione del cosiddetto profitto. Nuove interpretazioni filosofiche e morali consentono di passare dalla condanna senza appello di colui che presta denaro e della pratica dell'usura ad una forma di tolleranza che la rendono accettabile. Nell'università di Parigi si disquisisce affinché l'interesse venga considerato la giusta remunerazione per il rischio di impresa del prestatore e la discussione si sposta così dalla questione della legittimità dell'interesse a quella di determinarne la “giusta misura”. Nello stesso periodo anche la Chiesa trova una soluzione teologica al cruccio dei mercanti e di quanti desiderano morire in pace con Dio: l'affermazione dell'idea di un aldilà intermedio, il Purgatorio, sancita come dogma nel 1274 dal secondo concilio di Lione.


Il bisogno di risorse economiche per la costruzione di chiese e grandi opere, nonché lo sviluppo dello stato pontificio, non lascia indenne dalla ricerca di liquidità neppure la Chiesa. Uno dei metodi adottati, la celebre pratica della vendita delle indulgenze ripresa poi anche in diversi testi satirici del tempo, fu nel XVI secolo una concausa dello scisma luterano.

L'uso del denaro comincia quindi a modernizzarsi fino ad assumere quell'importanza e valore intrinseco e sociale che caratterizzerà i secoli successivi, ma nel Medioevo Le Goff sottolinea come la moneta fosse ancora prevalentemente inserita in un'economia del dono e tutte le attività umane fossero sempre subordinate alla futura esistenza ultraterrena.


Questo piacevole viaggio all'interno del Medioevo attraverso l'ottica e filo conduttore del denaro è senza dubbio interessante perché, oltre a permettere di venire a conoscenza di numerosi aneddoti e curiosità, offre spunti di riflessione su aspetti caduti ormai da tempo nello stereotipo. Una scrittura brillante e accattivante completano la godibilità del testo.


martedì 26 novembre 2013

Colazione a Casa Longanesi con Ildefonso Falcones.


Storie di Storia è stato invitato al brunch che si è tenuto nella sede della Casa Editrice Longanesi la scorsa domenica 24 novembre, incontro organizzato in onore dello scrittore spagnolo Ildefonso Falcones. Non riuscendo, con mio sommo dispiacere, a partecipare personalmente all'incontro con lo scrittore che ho imparato a conoscere ed apprezzare fin dal suo romanzo di esordio La Cattedrale del mare, sono riuscita comunque a non perdermi l'evento grazie alla scrittrice e amica Federica Leva che ha acconsentito a fare le mie veci. Ecco a voi, per la rubrica Interviste, il resoconto di Federica di questa giornata. Isabel

~~


Storie di Storia non poteva mancare al brunch organizzato da Longanesi con lo scrittore spagnolo Ildefonso Falcones nella sede della Casa Editrice, domenica 24 novembre c.a.. L’incontro, riservato a un gruppo ristretto di giornalisti e blogger, si è svolto in clima informale e allegro, simile alla rimpatriata di vecchi amici. Dopo i saluti con gli organizzatori e un bicchiere di sangria, siamo stati raggiunti nella sala del rinfresco dallo scrittore Ildefonso Falcones, viso aperto e cordiale, abbigliamento casual, d’un blu scuro, che rievoca calma e stabilità. L’ho incrociato mentre raggiungevo la mia sedia e l’ho salutato con una stretta di mano, cui lui ha risposto con un sorriso caloroso e un lieve inchino del capo.

 Una personalità squisita, che si è confermata più volte nel corso dell’incontro. 


Eravamo disposti in cerchio, blocco notes fra le mani e macchina fotografica – o cellulare – posata sulle gambe, pronta allo scatto. Un blogger aveva sistemato sulla sedia libera davanti alla mia un impiantino di registrazione per conservare l’intera chiacchierata, ed io l’ho mentalmente ringraziato, perché in questo modo potevo vedere comodamente Falcones, seduto quasi di fronte a me, affiancato sulla sinistra dalla traduttrice, e sulla destra dal direttore editoriale, Giuseppe Strazzeri.

Prima d’iniziare la chiacchierata, Giuseppe si è alzato per ringraziare i blogger d’essere intervenuti al brunch e ha presentato Falcones con poche, eloquenti parole: «Il genere popolare coincide con il successo, qualora si confronti con una qualità di scrittura e d’idee non comuni. É questo che ha fatto del nostro ospite uno scrittore di Casa Longanesi. Ora è tutto vostro: fategli tutte le domande che volete!»


Rassicurata dal tono gioviale di Giuseppe, ho alzato la mano e ho inaugurato la chiacchierata con una domanda: «Il tema dell'ingiustizia è un pilastro portante di tutti i suoi romanzi. Ha maturato questo sentimento in qualità di storico o attraverso la sua esperienza lavorativa?» Per chi non conoscesse Falcones al di fuori della sua attività letteraria, è un avvocato civilista. Lui ha seguito la domanda senza aver bisogno della traduzione e, in uno spagnolo scandito e comprensibile, ha risposto d’aver maturato questo concetto studiando la storia. Ha approfittato dello spunto per aggiungere che quando ha una trama in mente ricerca il periodo storico più adeguato in cui ambientarla e, studiando, scopre le ingiustizie di quegli anni e le inserisce nei suoi romanzi. Come esempi, ha citato donne murate vive per reati che ora riterremmo risibili o condannate a morte per aver parlato in pubblico con un uomo che non era il loro legittimo consorte. 


«Nasce prima la passione per la storia o quello per la scrittura?» ha successivamente chiesto un altro giornalista.

«Prima nasce la passione per la letteratura» ha risposto Falcones. «Scrivo da quando ho memoria, da quand’ero bambino. Nel cassetto ho diversi romanzi ambientati nel nostro tempo, ma nessun editore è interessato a pubblicarli. Dopo aver terminato “La Cattedrale del mare”, ho scritto un romanzo ambientato nella nostra epoca, ma nessuno l’ha voluto. Allora mi son detto: “Gli editori vogliono romanzi storici, al pubblico piace leggerli e anch’io mi diverto, a scriverli. Continuerò a scrivere romanzi di questo genere”.» 


Altre domande sulla tematica dell’ingiustizia, in particolar modo contro le donne, hanno portato a ulteriori risposte interessanti e articolate. Nelle epoche passate, l’ingiustizia è stata sempre tollerata, sovente considerata la norma, e non c’erano manifestazioni di solidarietà verso le minoranze abusate dai più potenti. Oggi, i movimenti xenofobi sono orientati contro lo straniero e il diverso, che non si riescono ad accettare. Falcones, in armonia con quanto esprime nei suoi romanzi, ha dichiarato apertamente d’essere favorevole all’integrazione, ma a patto che chi viene nei nostri paesi si adegui al nostro diritto civile. Quando poi ha parlato delle donne, il suo volto si è illuminato di un’autentica ammirazione. Non c’era finzione, nelle sue parole. Anche la prossemica rivelava quanto lo scrittore e l’uomo fossero in simbiosi, e le sue non apparivano come frasi di circostanza, ma appassionate e sincere: «Ritengo che la solidarietà femminile sia più forte rispetto a quella maschile. E spero che gli uomini presenti non si offendano, ma credo che le donne siano superiori agli uomini. Per secoli hanno lottato per sopravvivere alle ingiustizie e ora stanno vivendo un momento di riscatto. Nelle università, la percentuale delle studentesse è superiore rispetto a quella degli uomini, e in generale il loro rendimento è superiore a quello dei maschi. Credo che il 21° secolo sarà il secolo delle donne.»


http://www.isabelgiustiniani.com/2013/06/la-cattedrale-del-mare-ildefonso.htmlLa tipologia di domande si è quindi spostata su altri argomenti: «Cosa ne pensa del fenomeno dell’autopubblicazione?» ha chiesto un blogger. «Quante volte ha scritto quest’ultimo romanzo, dal momento che il primo è stato scritto innumerevoli volte?», ha voluto sapere un altro.

In entrambi i casi, dopo un attimo di sorpresa, Falcones ha risposto con grande naturalezza, aggiungendo aneddoti che desidero riprendere per trasmetterli ai nostri lettori. Sul fenomeno dell’autopubblicazione, Falcones non si esprime a pieno favore. Il rischio è quello di saturare il mercato con prodotti che non sono stati visionati da professionisti, e quindi di bassa qualità. «L’editing garantisce una qualità editoriale», ha dichiarato. «Io stesso, che sono ormai giunto alla pubblicazione del mio terzo romanzo, sono stato corretto in passato e continuo tutt’ora a correggermi. Questo non significa che in mezzo a tanti romanzi auto pubblicati non ci sia anche un capolavoro, ma da parte mia sono felice d’avere qualcuno a cui chiedere consiglio e che mi spieghi come migliorare quello che ho scritto.»

Un desiderio che, personalmente, condivido. Anche se scrivere è un’attività individuale, troppo volte mi accorgo di quanto sia importante ricevere un parere esterno, laddove qualcosa non mi convince appieno. Su questo argomento, Falcones termina con una battuta che mi ha fatto sorridere d’amarezza, perché quante volte l’ho pensato anch’io… E anche molti di voi, ne sono certa!

«La Casa Editrice fa da filtro a tutto quello che viene scritto e, nonostante tutto, in libreria si trovano libri illeggibili.» Certo, giungere a interessare una casa editrice non è facile, tutt’altro. «Accedere al mondo editoriale è molto difficile» precisa Falcones. «Le porte sono chiuse, e quando dico chiuse, intendo fisicamente chiuse» Su queste parole, ha mimato l’atto di serrare un chiavistello. «Quando ho terminato di scrivere “La Cattedrale del mare”, ho spedito il romanzo a una decina di editori, che l’hanno rifiutato. Allora, mi sono presentato di persona con il manoscritto fra le mani, e l’ho offerto anche ad agenti letterari, e questi non mi hanno nemmeno aperto la porta. Parlandomi dallo spioncino, hanno dichiarato seccamente di non essere interessati. A quel punto, mi sono rivolto a una scuola di editing professionale per capire se si poteva far qualcosa, con quel romanzo, e l’ho corretto assieme a un editor. Ma solo corretto, non l’ho riscritto tutto! » Ha ammiccato al blogger che gli aveva chiesto quante volte avesse riscritto i romanzi, prima di pubblicarli. «Dopo, quando ho trovato un editore, il testo è stato nuovamente sistemato dagli editors della casa editrice, ma anche in questo caso non l’ho più riscritto. Sarebbe impensabile riscrivere più volte un romanzo così lungo.»

Una riflessione che sottolinea, una volta ancora, quanto sia difficile accedere al mondo editoriale. Bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto... e con il testo giusto.  


http://www.isabelgiustiniani.com/2014/01/la-regina-scalza-ildefonso-falcones.html?utm_source=BP_recent&utm-medium=gadget&utm_campaign=bp_recentUn’altra nota amara, ma inconfutabilmente vera, è risuonata poco prima della fine dell’incontro. Falcones ha parlato del suo rapporto con la televisione. Guarda sit-com brevi e divertenti, come l’esilarante “The big bang Theory”, perché preferisce dedicare il tempo libero a leggere. Purtroppo, è consapevole che, al contrario, molte persone sono più attratte dalla comodità di guardare un film, piuttosto che dalla prospettiva di accostarsi a un libro. Leggere presuppone uno sforzo e offre meno emozioni fisiche rispetto a un film o alla playstation. I suoi figli non leggono, preferiscono giocare con i videogiochi e, pur rattristato, li comprende. «Quando giochi con la console, vivi il gioco come se fossi presente, senti le vibrazioni e hai quasi l’illusione che il sangue schizzi dal monitor per cadere sul pavimento.» Per molti, specialmente per i più giovani, è senz’altro un’esperienza più coinvolgente che non la lettura di un libro, per quanto avvincente e ben scritto.

All’osservazione che, da quanto sfuggito alle indiscrezioni, “La Cattedrale del mare” possa essere tradotta in una serie TV, Falcones risponde che è vero, si stanno prendendo accordi in tal senso, ma lui stesso ha posto dei paletti ben precisi, perché la produzione sia di qualità. Non potrebbe accettare una produzione sottocosto, dove gli sceneggiatori vengono trattati «a pesci in faccia». Se non riuscirà a ottenere il budget che si è prefissato, non approverà il progetto televisivo.


Al termine della chiacchierata, mentre tutti si servivano con la paella fumante, ho preso una copia de “La regina scalza”, l’ultima fatica di Falcones, e l’autore lo ha autografato, con dedica, nella tranquillità delle cucine. Poi ho scattato qualche foto e, infine, smangiucchiando una mestolata di paella, ho chiacchierato con l’amministratore delegato Stefano Mauri su alcune pratiche illecite che coinvolgono gli ebook e, ovviamente, anche su Falcones e la sua produzione. Nel frattempo, l'Autore sedeva al tavolino vicino al buffet e firmava autografi con l’allegria di un uomo sinceramente felice di trovarsi in mezzo a noi. Un’umanità e una gentilezza che non sempre si ritrovano in autori di bestsellers. L’atmosfera, ormai, era più lassa e amichevole. Quando la rimpatriata stava per volgere al termine, sono andata a salutare Falcones, che mi ha abbracciata e baciata come se fossi una vecchia amica, e mi ha ringraziato per aver presenziato al brunch. In verità, sono io a ringraziare lui e lo staff della Longanesi per le splendide ore trascorse in loro compagnia.


Confido che la presenza di tanti giovani blogger e giornalisti sia la spia di un rinnovato interesse per l’arte della scrittura, come sembra esprimere anche l’esito di Bookcity, che quest’anno ha fatto registrare un incremento del 60% dell’affluenza, rispetto al 2012. Che il libro, forse anche grazie all’ebook, stia riscoprendo una seconda vita?

venerdì 22 novembre 2013

ll Giappone antico: splendida realtà storico-archeologica


Il Giappone, è una delle poche civiltà d'interesse storico-archeologico di cui non si conosce bene la storia antica, giacché la scrittura fu introdotta solamente nell'VIII secolo e le tradizioni tramandano resoconti concreti solo a partire dal II secolo o meglio da quando fu introdotto il Buddismo dal continente asiatico attraverso la Corea intorno alla metà del VI secolo.
La cosa quantomeno strana è che ancora oggi si fatica a leggere articoli interessanti o saggi che cerchino di parlare di questa civiltà che evidentemente non fa "cassetta" come altre.
Molto di quello che sappiamo di questi primi secoli (seguendo la datazione cristiana) lo dobbiamo a resoconti e traduzioni di testi cinesi e coreani ed è in ogni modo certo che di storia propriamente giapponese si può parlare cominciando dall'unificazione di piccoli regni (circa una trentina) esistenti nell'arcipelago pare (il dubitativo è d'obbligo in questi casi) sotto l'Imperatrice Himiko nel III secolo a cui rese omaggio perfino l'Imperatore Cinese attraverso il dono di numerosi specchi, sicuramente dovuti alla loro richiesta per permettere le sepolture, retaggio quindi di un nuovo culto d'origine astrale: l'era delle Sepolture Antiche che si protrasse sino a quasi tutto il VII secolo.


Io credo che il problema principale sia stato la mancanza della lingua scritta che ha costretto ad utilizzare evidentemente degli annalisti o narratori coreani e cinesi, per questo la storia del Giappone risente di culture affini ma non certamente simili.
Comunque credo che in generale è corretta l'interpretazione delle terre unite staccatesi in tempi lontani (anche perché detto fra noi il Giappone sembra veramente un incastro perfetto di un pezzo mancante di terraferma) e che ancora(!)200000 anni fa la costa continentale era a pochissimi chilometri di distanza e sfiorava il Giappone a settentrione.
I rapporti d'interscambio culturale ed economico la terraferma e l'arcipelago durano probabilmente da millenni anche se noi ne sappiamo pochino pochino in verità.


L'epopea dell'Era delle sepoltura antiche vide il fiorire di spettacolari tombe ad uso principale di Imperatori o comunque di personaggi influenti e sono dei veri e propri mausolei anche di notevoli proporzioni con tanto di fossato lungo il perimetro e struttura definita a buco di serratura perché proprio il perimetro stesso della costruzione assume una forma simile ad essa.
Sparsi un pò d'ovunque nel paese e circondati da immense vegetazioni, tanto da farli sembrare più delle residenze quotidiane che dei cimiteri, sono oggi oggetto d'attento studio al fine di comprendere appieno (anche da parte degli stessi giapponesi) che realmente rappresentarono intorno al V secolo.

Uno dei punti fermi sembra il lento avanzamento legato al miglioramento tecnologico che in Giappone risulta essere certamente minore rispetto agli altri paesi circostanti.
Questo era dovuto senz'altro alla grande abbondanza di tutte le derrate alimentari e principalmente delle risorse di prima necessità come il riso, alimento principe della tavola nipponica le cui risaie erano d'estensione enorme e facilmente lavorabile, con eccezionali produzioni annue che soddisfacevano pienamente le necessità della popolazione.


Quindi, l'arte che utilizzava soprattutto la conchiglia e la levigazione di particolari pietre entrambe gentilmente donate dal mare, non seguirono un iter diciamo sociale, cioè in relazione allo sviluppo economico quindi seguendo i bisogni e le relative utilità, ma seguendo la possibilità di sfruttamento di ciò che la natura offriva in abbondanza.

Caratteristico dell'era Nara (710-794) la conformazione del territorio chiamato jori, molto parcellizzato che imponeva l’handen o ridistribuzione d'appezzamenti ai contadini ogni sei anni.
La loro forma geometrica è molto semplice, si tratta di quadrati con all'interno le vie di comunicazioni, i campi da coltivare, i fiumi per l'acqua normalmente orientati sull'incrocio dei punti cardinali.
Siamo ovviamente alla presenza di paesaggio prettamente rurale e dato che il periodo Nara è durato pochissimo (meno di cent'anni) e quindi potremmo ragionevolmente dubitare se ci dicessero che durò solamente lo spazio di questa dominazione, invece ancora in epoca Meiji ne troviamo abbondanti tracce.

 
L'insediamento rurale era dato anche dal particolare sistema di coltura del riso, bene essenziale in questo paese sin dalle origini , ma la forma non risulta particolarmente diverso da quello europeo nel senso che ne esistono vari tanti quante le regioni climatiche, il che li fa avvicinare notevolmente ai caratteri del nostro continente mentre per converso risultano ragionevolmente diversificati rispetto al territorio nordamericano.
Tre fondamentalmente sono i centri abitati: i Mura, sparsi nel territorio agricolo, i Machi, sorta di grosso paese posizionato al crocevia di qualche importante strada e gli Shi, città decisamente urbane ad alta densità abitativa.

Nintoku rappresenta veramente qualcosa di grandioso, nulla di simile al mondo v'era, e sostanzialmente la costruzione fu innalzata durante l'era di Himiko, cioè quella della costituzione del Giappone come lo conosciamo oggi.
Ecco quindi che quest'opera architettonica assume anche la valenza di costruzione patriottica e forse per questo fu intenzionalmente edificata in maniera maestosa, una nuova nazione s'era venuta a creare, quale migliore occasione per permettere a chi aveva partecipato a ciò di restare immortale tra la propria civiltà.
Questo non ci si discosterebbe per nulla da altre situazioni similari percorrendo il continente eurasiatico (e considerando anche i paesi africani mediterranei).
In tutti questi mausolei si trovavano migliaia di haniwa, cilindri argillosi che raffiguravano chiunque, uomo, animale, oggetti sacri che simboleggiavano normalmente l'ascesa al trono del defunto.
 
Come si è detto il Buddhismo arrivò in Giappone (Silla e Yamato cioè il sud ovvero il vero e proprio Nippon) non prima del 538 AD o almeno questa è la data della prima fonte ufficiale desunta dalla scoperta delle tombe appartenenti appunto alla religione proveniente dal continente.

Il Regno delle Sepolture Antiche costituisce la base seria per l'inizio della storia giapponese in rapporto proprio alla crescita Buddhista nell'area, anche se in realtà bisognerebbe suddividerla ulteriormente rispettando i tempi della parte settentrionale che l'hanno conosciuta certamente in anticipo (fine IV secolo AD) e la parte meridionale che l'ha conosciuta appunto a metà del VI secolo AD.
Questo non vuol affermare che la religione avesse seria presenza ed abbia caratterizzato la vita del nord, s'hanno pochi riscontri e fonti certe, tranne qualche monastero peraltro d'origine dubbia o discussa, ma semplicemente andrebbe legato ai viaggi che i commercianti ed i filosofi della penisola sino-russo-coreana compivano con frequenza nei territori d'oltremare e portavano quindi a creare degli ambienti rurali simili a quelli tipici delle loro terre con annessi monasteri. 

Articolo di Enrico Pantalone pubblicato anche su Storia e Società.

giovedì 21 novembre 2013

Cantico sull'Oceano - Federica Leva


Sinossi:
Il Louvre sta per chiudere mentre la pioggia battente inonda Parigi. La folla si affretta a uscire ma la musica, quella melodia così eterea ha scelto il momento per compiere, ancora una volta, la sua magia. E, da quel quadro così poco celebre, inizia il racconto della straordinaria vita della donna dipinta.
Siamo nei primi anni del ‘900 ed Elenoire, una talentuosa compositrice e pianista, è combattuta fra l’esigenza di suonare una musica al di fuori dalle convenzioni dell’epoca e le imposizioni conservatrici del marito.
Durante un viaggio verso Nizza, però, qualcosa muterà: la coppia si smarrirà in un villaggio ammantato di surrealismo che permetterà loro di intraprendere un percorso sulla via dell’inevitabile cambiamento. E, sospesi in un mondo fra sogno e realtà, Adrien ed Elenoire saranno costretti ad affrontare le proprie paure e le proprie convinzioni per vivere in eterno attraverso note incantate.


Link acquisto

Autore:
Federica Leva. Medico e psicoterapeuta.
Ha all’attivo numerose partecipazioni a premi letterari fantasy e mainstream, con una trentina di premi conseguiti e una dozzina di primi posti. Fra questi, un primo posto al Premio Silmarillion 1999, due secondi posti allo stesso concorso nel 2005 e 2006, numerosi piazzamenti in finale ai Premi Yorick & Howard Club, Ercole Labrone, I Cristalli Sognanti, Premio Courmayeur/San Marino. Nel '98 finalista al Premio Italia (The international science fiction association of professionals). Nel 2003 terzo posto nell’ambito del Concorso Letterario “Il calice e la spada” di Mogliano Veneto. È stata membro di giuria e presidente di vari concorsi letterari, tra cui “Artenuova” (Genova – 2005 e 2006), “L’olandese Volante” (Verona, 2013) e “Piero Chiara” (Varese). Blogger del portale Laperfettaletizia.com, gestisce una rubrica di medicina e psicoterapia (http://benessere.laperfettaletizia.com/ ) ed è curatrice della pagina culturale FB “Artenuova”. Amministra, inoltre, un blog letterario e uno fotografico.

Prefazione al romanzo a cura della musicista Irene Veneziano:
La voce della terra e del mare.
La voce della libertà.
Un richiamo a conoscersi, o meglio a ri-conoscersi. È un viaggio alla ricerca di sé, quello che Elenoire compie in
Cantico sull’oceano, guidata dal suono della sua voce interiore, dalla musica della sua anima, che come un faro le indica la strada giusta da percorrere.
Elenoire è una musicista, ma prima di tutto è una donna. Una donna infelice e rassegnata, bloccata dagli altri ma prima di tutto da se stessa. Un’anima in pena, avvolta da rovi. Condizionata dal mondo che la circonda, è stata allontanata dalla sua vera essenza e ha permesso che ciò avvenisse. È una donna in trappola: vive in funzione del marito, che la esibisce come oggetto da sfoggiare al mondo borghese; compone solo ciò che il pubblico può apprezzare e accettare, timorosa delle critiche e invischiata nella fanghiglia della competizione. Ma il suo fuoco interiore non si è ancora spento, è solo sopito; il carbone è ancora caldo, desideroso di bruciare di nuovo, di liberare la sua energia.

Elenoire lotterà con ardente passione per farlo rivivere, per tornare a conoscersi e ad amarsi per quello che è.
Il suo percorso alla ricerca del proprio essere e della propria vera natura passerà inevitabilmente per la solitudine: la persona che è di fronte a se stessa impara a parlarsi con onestà e a guardarsi con occhi liberi.
E la musica diventa la chiave di questo percorso verso la scoperta e l’accettazione di sé, lo specchio della verità: se il cuore è libero, essa è in grado di rivelarsi con trascinante sincerità, di trasformarsi in un oceano di passione, amore, gioia, disperazione; una forza naturale che non ha paura di gridare i segreti più intimi dell’anima.
La musica parla, racconta una storia; chi ascolta non solo osserva i fatti e le emozioni dei suoi protagonisti, ma li rivive con profonda forza, diventando egli stesso parte della storia.
Questo libro si trasforma dunque a sua volta in uno splendido spartito musicale, facendoci vivere le storie dei suoi personaggi, raccontandoci i segreti delle loro anime, a volte urlandoli a gran vocecome in un fragoroso “fortissimo” e a volte sussurrandoli all’orecchio, “sottovoce”.
Figure talvolta insolite, che misteriosamente sono a conoscenza di tante cose e assecondano il corso del destino; un destino che vince sempre e che prima o poi si rivela, come il finale di una sonata che non poteva essere diverso per la natura stessa del suo contenuto.
Storie di personaggi con personalità ben definite e molto differenti tra loro, ma che s’intrecciano, si parlano, si influenzano, come strumenti diversi di una stessa orchestra, come le tonalità diverse di una stessa grande musica: l’umanità.
Una musica che è suono ma è anche silenzio: è dal silenzio e nel silenzio che la musica inizia e svanisce, ed è il silenzio che dà forza e valore al suono. Il marito di Elenoire, Adrien, non riesce a cogliere la musica del silenzio, a vedere oltre la facciata; non riesce, almeno inizialmente, a leggere l’anima di chi ha a fianco, a suo agio solo nel proprio mondo ordinato e concreto: “Vallée Rose è un’urna di silenzio e il silenzio è pazzia e morte”. È Edgard, l’uomo del mare, l’uomo che ha cercato e trovato se stesso e aiuterà Elenoire a fare altrettanto, a dire invece che “dove c’è il silenzio c’è musica”.
Federica Leva fa lei stessa musica, scegliendo le parole come un compositore sceglierebbe le sue note, cercando il suono più bello, con finezza e gusto straordinari, quasi con amore. Ci ritroviamo immersi nelle sue descrizioni, ne contempliamo la bellezza, assaporando e gustando ogni singola parola: siamo di fronte a vere e proprie costruzioni sonore, dove ogni nota è al posto giusto, è la più bella fra tutte le altre possibili, ma allo stesso tempo ha la capacità di stupirti e ti trascina con la sua potenza espressiva.
E così il lettore si perde, si crogiola nei sogni di questo libro, sente il profumo della terra e il suono del mare, vive con vibrante intensità la sofferenza e la passione di questo viaggio verso la libertà, trasportato in un turbinio di emozioni da cui non vorrebbe più uscire.


Link acquisto

martedì 12 novembre 2013

Mondo scrittura: genesi e sviluppo del romanzo storico


Inaugura la rubrica Mondo scrittura l'articolo di Giampiero Lovelli sulla genesi e sviluppo del genere narrativo storico.

A parere dell'Enciclopedia Britannica un romanzo può dirsi storico quando: «è ambientato in un'epoca storica e intende trasmetterne lo spirito, i comportamenti e le condizioni sociali attraverso dettagli realistici e con un'aderenza ai fatti documentati. Può contenere personaggi realmente esistiti, oppure una mescolanza di personaggi storici e di invenzione», mentre la Società angloamericana per la promozione e la tutela del romanzo storico, cioè la Historical Novel Society, afferma che: « per essere ritenuto storico, un romanzo deve essere stato scritto almeno cinquanta anni dopo gli eventi descritti, o deve essere stato scritto da un autore che all'epoca di tali eventi non era ancora nato e quindi ha dovuto documentarsi su di essi». Visto che si caratterizza per avere allo stesso tempo invenzione e realtà storica, quello del romanzo storico può definirsi un genere «ibrido». Il genere si fonda su una specie di promessa dello scrittore, cioè quella di mettere un freno alla propria immaginazione, che non può ignorare la verità storica. Il lettore sa perfettamente di non essere in possesso di un trattato di storiografia, eppure vorrà chiedersi quanta verità sia presente nei fatti raccontati e per gustare pienamente l'opera letteraria si dovrà completamente affidare alla penna del suo autore.



Il romanzo storico, genere fondamentalmente romantico, ebbe origine e si sviluppò durante l'Ottocento. In quel secolo la narrativa venne preferita alle diverse forme letterarie e specialmente la narrativa di ambientazione storica ottenne un alto gradimento. La sempre maggiore affermazione del pensiero e del metodo scientifico portò ad un notevole rinnovamento degli studi storici e ad un forte interesse per la Storia. In filosofia si riteneva oramai che il concatenarsi degli eventi nel tempo non fosse casuale, ma si rifaceva ad una logica precisa. Inoltre grazie alle grandi guerre si pensò all'esistenza dell'individuo come notevolmente condizionata dalla Storia. Infine il Romanticismo e i sentimenti nazionalisti seppero ricordare e far conoscere la passata grandezza dei popoli e fortificarono il senso storico degli scrittori, così che i moti rivoluzionari del secolo fecero ricorso ad una narrativa consapevole di proporre uomini e donne di spessore del passato da poter emulare.

«Waverley» (1814) del celebre scrittore scozzese Walter Scott, viene ritenuto il capostipite del romanzo storico. In seguito vennero pubblicati «Rob Roy» (1818) e «Ivanhoe» (1819). I romanzi di Scott conobbero un successo straordinario e si diffusero notevolmente in Europa, venendo tradotti in molteplici lingue e causando un discreto sviluppo di narrativa storica in alcuni paesi europei. Ritiene il filosofo György Lukács che Walter Scott fu il primo autore a non pensare la Storia come una semplice cornice all'interno della quale proporre situazioni moderne. Fino a Scott, nei romanzi ambientati in epoche passate, i pensieri, la psicologia e le azioni dei personaggi evidenziavano l'epoca nella quale viveva il loro autore. Scott, invece, non volle in alcuna occasione modernizzare le psicologie. Sa narrare  con maestria le condizioni di vita del periodo storico in cui colloca i suoi romanzi, in modo tale che i comportamenti che ne scaturiscono non appaiono al lettore solo come una pura curiosità storica, ma come importanti momenti evolutivi dell'umanità. Un ulteriore elemento caratterizzante la produzione narrativa di Walter Scott è la frequente e buona utilizzazione dei dialoghi.


In Germania vennero pubblicati diversi romanzi storici subito dopo la vasta diffusione delle opere di Scott. Cominciando dal 1834 quando Ludwig Rellstab (1799-1860) dette alle stampe il primo romanzo storico tedesco intitolato «1812». Non è possibile non menzionare il romanzo storico-umoristico «Le brache del signor von Bredow» di Willibald Alexis (pseudonimo di Wilhelm Häring, 1798-1871) ed in special modo «Witiko» di Adalbert Stifter. Nella seconda parte del secolo si ricordano le opere di Felix Dahn, tra le quali «Ein Kampf um Rom». In Francia è opportuno citare in primis Alexandre Dumas (padre), che fu un fervente ammiratore di Scott per tutta la vita. Notevolmente influenzato da Scott, Dumas fece uso di ambientazioni storiche nel teatro (il suo «Enrico III e la sua corte» è da annoverare certamente come il primo dramma storico romantico) e successivamente nel «feuilleton». Il celeberrimo ciclo dei Moschettieri viene collocato nel Seicento, quello degli ultimi Valois nel tardo Cinquecento, mentre quello della Repubblica Partenopea, e quello di Maria Antonietta e della Rivoluzione, vengono posti nel tardo Settecento. Ma grazie al superamento del romanzo storico che in Francia ebbe origine la narrativa moderna. Importantissimo fu lo scrittore Stendhal, che evidenziò alcuni elementi negativi del genere, come la eccessiva propensione al pittoresco e quella a narrare vicende tragiche o melodrammatiche. Per Stendhal la storia non era niente altro che una fredda cronaca, mentre solo il romanzo poteva essere un vero documento, perché aveva la possibilità di rappresentare in maniera concreta atmosfere, passioni e drammi. Preferì pertanto soffermarsi, nei suoi romanzi, sull'epoca in cui viveva, o su un'epoca di poco precedente (come ne «La Certosa di Parma»), con il medesimo realismo e con la medesima attenzione per la psicologia dei personaggi che Scott creava con la sua fantasia per parlare di un'epoca passata. Stendhal fu un buon cronista e uno psicologo molto attento nel proporre personaggi e atmosfere. Tutto questo comportò il passaggio dal romanzo storico classico al romanzo sociale psicologico. Quanto detto da Stendhal venne recepito in particolar modo da Honoré de Balzac il quale, per György Lukács, compì il passaggio dalla «rappresentazione della storia passata», il cui scrittore più famoso fu Scott, alla «rappresentazione del presente come storia». 

La nuova era, quella del naturalismo e del verismo, iniziò con Gustave Flaubert e continuò con Émile Zola. Anche Victor Hugo scrisse un romanzo storico dal titolo «Notre Dame de Paris», romanzo allo stesso tempo gotico e medievale, nel quale si possono riscontrare elementi pittoreschi oltre a soffermarsi sull'irrazionalità delle passioni. Ma il suo capolavoro, «I miserabili» (1862), viene collocato in una epoca assai più vicina a quella nel quale l'autore visse (il periodo post napoleonico) e, più orientato al sociale, non può essere considerato un romanzo storico in senso stretto.

Nel Settecento la produzione romanzesca italiana fu di infimo valore, per lo più formata da imitazioni di modelli inglesi o francesi, con la celebre eccezione delle «Ultime lettere di Jacopo Ortis» del Foscolo, terminata nel 1798, anche se per la prima pubblicazione bisognerà aspettare il 1801. Il romanzo foscoliano, di forma epistolare, non  si può ritenere un romanzo storico. È possibile constatare un forte legame fra la vicenda storica (caduta della Repubblica di Venezia) e la vicenda individuale, ma il punto di vista strettamente soggettivo (che risulta prevalente), fa sì che non ci sia la ricostruzione di un mondo e di un'epoca che è fondamentale per un qualsiasi romanzo storico.

L'anno sicuramente importante per lo sviluppo del romanzo storico in Italia fu il 1827. Alessandro Manzoni terminò la prima stesura (la seconda definitiva risale al 1840) del suo capolavoro, che catapulta il lettore nella Milano del Seicento, dopo aver letto con grande interesse la «Historia Patria» dello storico milanese Giuseppe Ripamonti ed aver a lungo meditato sulle caratteristiche, sugli scopi ed i propositi del genere letterario che avrebbe utilizzato (successivamente nel 1845 lo scrittore pubblicò il saggio «Del romanzo storico ed in genere de' componimenti misti di storia e invenzione»). Manzoni sicuramente apprezzava i romanzi di Scott e la lettura di «Ivanhoe» gli era stata di grande utilità per la stesura dell’«Adelchi» (tragedia che si colloca al tempo della discesa in Italia di Carlo Magno), ma tra i due scrittori vi sono profonde differenze. Infatti, mentre le opere di Scott volevano far appassionare e divertire i lettori, Manzoni con «I promessi sposi» scrisse un romanzo allo stesso tempo storico, religioso e morale. I lettori hanno il compito di comprendere di come sia il mondo, quale sia la natura delle relazioni umane, quale sia il profondo significato cristiano dell'esistenza e della storia. Nel prologo Manzoni afferma che l'opera altro non è che un manoscritto recuperato, espediente letterario di cui Scott fa uso in «Ivanhoe» (ed ampiamente utilizzato in romanzi scritti successivamente da altri autori). Inoltre afferma di aver svolto ricerche accurate tra i documenti originali e nei primi capitoli cita con precisione le norme del tempo. Con questi accorgimenti lo scrittore desidera fortificare il patto di fiducia con il lettore, evidenziando la verosimiglianza dei fatti raccontati. Sicuramente ne «I promessi sposi» gli episodi inventati ben si amalgano e si armonizzano con gli eventi storici accaduti nel milanese tra il 1628 e il 1630 (carestia, tumulto di San Martino, guerra per la successione al Ducato di Mantova, calata dei Lanzichenecchi, peste del 1630). L’enorme diffusione di questa  opera ebbe un peso determinante sullo sviluppo del romanzo storico in Italia.

Negli anni seguenti il 1827, all'interno del genere nacquero due «filoni», il primo denominato «manzoniano» (vicende di personaggi popolani, intento educativo, impegno morale), il secondo chiamato «scottiano» (ambientazione medievale, gusto dell'avventura, rapimenti, duelli, giostre), di più probabile successo, caratterizzato da un linguaggio allo stesso tempo semplice e coinvolgente. Un'ulteriore distinzione è possibile sul piano ideologico, perché diversi scrittori furono cattolici e moderatamente conservatori (si pensi a d'Azeglio e Grossi), altri invece furono repubblicani ed anche più progressisti  (vedi Guerrazzi e Nievo). Una particolare attenzione meritano i romanzi storici post-unitari, che seppero trattare il tema dei sogni risorgimentali ed in special modo delle forti speranze andate in fumo, dato che il 1860 fu solamente la prima tappa di un lungo processo che ebbe termine molto tempo dopo con la conquista del Triveneto. Con l’intenzione di mettere alla berlina le verità ufficiali, create appositamente dal potere, gli autori presenti nell'ultima parte del secolo XIX narrarono pertanto l'Italia reale, che era presente nelle campagne e nelle piazze, molto spesso nella disperazione e nella povertà. È opportuno prendere ad esempio «Il ventre di Napoli» (1884) di Matilde Serao, oppure «I Viceré» di Federico De Roberto, dato alle stampe nel 1894 o come «Il Gattopardo», che verrà pubblicato oltre mezzo secolo più tardi. La famiglia degli Uzeda è, in quest'opera, il passato feudale che muore e non necessariamente nasce una società più giusta. Rimanendo in un contesto siciliano e su alcune questioni del Risorgimento meridionale, pure «I vecchi e i giovani» di Luigi Pirandello è per alcuni critici letterari considerato un romanzo storico (sebbene vengano trattati accadimenti temporalmente vicini allo scrittore). Redatto nel 1899, pubblicato a puntate nel 1909 su «Rassegna contemporanea» ed in volume, corretto, nel 1913, secondo quanto affermato dallo stesso Pirandello è il «romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ove è racchiuso il dramma della mia generazione».



Nei primi anni del Novecento, quando era al massimo splendore una corrente come il Futurismo e si riteneva giusto andare oltre i modelli ottocenteschi e cancellare la narrazione tradizionale, il romanzo storico conobbe sicuramente minor fortuna. L'eccezione fu, per quanto riguarda la narrativa popolare, il romanzo d'appendice (si pensi a «I Beati Paoli» di Luigi Natoli, dato alle stampe a puntate tra il 1909 e il 1910 ed ambientato nella Palermo del XVIII secolo) e, per quanto riguarda il piano letterario le opere di Riccardo Bacchelli. Notevoli, in special modo, il romanzo «Il diavolo al Pontelungo» (1927) e la successiva trilogia «Il mulino del Po» (1938-1940), di oltre mille pagine, caratterizzata da un notevole lavoro di ricerca. Lo scrittore  presenta, grazie a tre generazioni, un secolo di storia dall'inizio dell'Ottocento alla Grande Guerra. Particolare la figura di Carlo Alianello, l’alfiere del revisionismo del Risorgimento, che nel 1942 pubblicò «L'Alfiere», ambientato all’epoca della spedizione dei Mille. Nella seconda metà del XX secolo Alianello dette alle stampe diversi romanzi storici revisionistici come «Soldati del Re» (1952), «L'eredità della priora» (1963), «La conquista del Sud» (1972). Nel secondo dopoguerra e più precisamente nel 1958 uscì, postumo, «Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, probabilmente il più famoso tra i romanzi storici italiani a livello internazionale (anche per la pellicola cinematografica di Luchino Visconti). La Sicilia borbonica al tramonto che viene raffigurata è un mondo che cambia, rimanendo allo stesso tempo uguale a sé stesso. Restando in ambito siciliano, non è possibile non menzionare «Il consiglio d'Egitto» di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1963. Il romanzo descrive la città di Palermo del Settecento, dove vive ed opera un abile falsario il quale «crea» un antico codice arabo che potrebbe negare ogni legittimazione ai privilegi dei baroni siciliani. Inoltre è opportuno soffermarsi sulla scrittrice, saggista e filologa Maria Corti, il cui romanzo «L'ora di tutti», narra le vicende della battaglia di Otranto con la quale i Turchi conquistarono nel 1480 la città salentina, che nel XV secolo era considerata uno dei porti più strategici della regione, venne pubblicato nel 1962. «La Storia» di Elsa Morante, uscita nel 1974, venne ritenuta un evento di grandissima importanza sul piano letterario e anche editoriale. La scrittrice volle un prezzo di copertina molto basso, per sottolineare la destinazione popolare della sua opera, che ottenne uno strepitoso successo. Secondo alcuni critici la Morante riprese e rilanciò il romanzo storico. L’opera viene collocata in un tempo nel quale la scrittrice ha vissuto (seconda guerra mondiale) quindi, rifacendosi alle definizioni del genere riportate all’ inizio dell’articolo, ritenere «La Storia» un romanzo storico può sembrare molto discutibile.


Negli ultimi anni del Novecento e fino ai nostri giorni il romanzo storico ha suscitato nuovamente interesse. Nel 1980 Umberto Eco conseguì uno strepitoso successo con il bellissimo affresco medievale «Il nome della rosa», riportando in auge il genere. Da allora si iniziò a parlare di «romanzo neostorico». Gli episodi raccontati da Eco accadono nel 1327 in un territorio non identificato tra l'Italia settentrionale e la Francia meridionale. Come già avevano fatto Scott e Manzoni, nell'introduzione il romanzo si afferma altro non essere che un manoscritto trovato e riadattato dal passato.
I numerosi romanzi storici pubblicati, a partire dagli anni ottanta del Novecento fino ad oggi, possono ritenersi una contraddizione, considerando purtroppo la mancanza di prospettiva storica tipica della cultura postmoderna. Tuttavia è una contraddizione apparente, poiché il filone postmoderno si distacca da quello ottocentesco proprio nel non proporre una concezione forte, organica e positiva della Storia. Pertanto il romanzo neostorico rifiuta ogni pensiero storicistico di progresso. Gli scrittori contemporanei non posseggono alcuna fiducia nell’ evoluzione della civiltà, ma essi stessi sono i primi ad avere un atteggiamento critico verso la Storia. Il successo dei nuovi romanzi storici va di pari passo con la crisi delle ideologie e la sfiducia nel divenire. Il presente ritenuto troppo squallido favorisce il rifugiarsi in un passato lontano. Il passato non rappresenta più la ricerca delle origini, ma solamente una fuga dalla realtà, oppure una realtà che non è possibile conoscere ed interpretare, quanto quella del presente. È opportuno considerare che il successo del romanzo storico non è un evento solo italiano, ma coinvolge tutta la narrativa postmoderna (basta menzionare gli americani Don DeLillo e Thomas Pynchon). Nel 1988 venne pubblicato «Le menzogne della notte» di Gesualdo Bufalino, che ottenne numerosi premi letterari, e nel 1990 «La lunga vita di Marianna Ucrìa» di Dacia Maraini, che parla della violenza patita da bambina da una gentildonna sordomuta e del suo desiderio di riscatto, nella Palermo del Settecento. Nel 1994 venne dato alle stampe uno dei libri fondamentali della narrativa contemporanea, «Sostiene Pereira» di Antonio Tabucchi, che può essere considerato un romanzo storico in quanto viene ambientato nella Lisbona nel 1938, durante il regime salazarista.


Nel XXI secolo, uno scrittore del genere di notevole successo in Italia è Valerio Massimo Manfredi, che compone romanzi storici ambientati nell'epoca antica, in special modo ellenistica e romana. Con numerosi best seller (dalla trilogia «Aléxandros» a «L'ultima legione»), Manfredi è stato tradotto in parecchie lingue. Comunque il romanzo storico, o neostorico, è praticato da diversi scrittori tra loro molto differenti, che hanno avuto esperienze diverse, famosi oppure alle prime armi, che lavorano in diverse regioni d'Italia. Il genere viene trattato dalle case editrici famose come da quelle appena nate e vi fanno parte romanzi che si caratterizzano per ricostruzioni storiche attendibili, romanzi che danno uno spazio maggiore all'invenzione dell’autore, romanzi letterariamente molto curati ed altri che hanno lo scopo precipuo di appassionare e far divertire i lettori. Al di là dell'ambientazione storica, è veramente problematico evidenziare elementi comuni tra le opere in questione. Di successo e pregevoli sono le opere storiche di Andrea Camilleri, come «Il birraio di Preston», «La concessione del telefono» e «La mossa del cavallo». Carlo Lucarelli ha pubblicato diversi gialli ambientati in epoca fascista («Carta bianca», «L'estate torbida», «Via delle Oche»). Pure Antonio Scurati ha voluto scrivere un romanzo storico, intitolato «Una storia romantica». Alcune opere, che hanno ottenuto il Premio Strega in tempi recenti, si caratterizzano per possedere un'ambientazione storica, come per esempio «Vita» di Melania Gaia Mazzucco, «Il dolore perfetto» di Ugo Riccarelli, «Stabat Mater» di Tiziano Scarpa e «Canale Mussolini» di Antonio Pennacchi.

giovedì 7 novembre 2013

Il gioco d'azzardo nell'antichità


Il gioco è un aspetto basilare nella vita dell’uomo di tutte le età ed è palese che le diverse civiltà se li passarono l’una con l’altra. A poco a poco anche i Romani li ereditarono tutti dalle civiltà precedenti e a Roma si giocò molto. Giocarono i piccoli scommettendo le noci, giocarono molto meno ingenuamente gli adulti e quando il gioco diventava meno innocente e più rischioso, si giocava per denaro riuscendo spesso a perdere vere e proprie fortune. Ovidio in una sua opera ( Ars amatoria) scrive: Sic, ne perdiderit, non cessat perdere lusor (Così ai dadi il giocator perdente per non restare in perdita continua a perdere). Naturalmente, per tutelare tutti i cittadini dai rischi che derivavano dal gioco d’azzardo, fin dall’epoca repubblicana si era anche cercato di promulgare delle apposite leggi, una fra queste era la Lex Alearia. Questa legge stabiliva, infatti, quali fossero i giochi proibiti e li elencava in una lista:



. Capita aut navia (testa o croce)
. Tali (astragali)
. Tesserae (dadi)
. Digitus micare (morra)
. Parva tabella lapillis
. Ludus Latruncolorum (speciale tipo di dama che richiedeva l’uso di una tabula lusoria (scacchiera) e pedine)
. Duodecim Scripta (dodici righe, richiedeva anch’esso l’uso di una tabula lusoria e pedine)


Alcuni di questi giochi sono, ancora oggi, considerati giochi d’azzardo; è possibile che anticamente venivano vietati perché si pensava che forti puntate e scommesse ne potessero alterare il carattere . Del resto era evidente che per vincere o perdere grosse somme non c’era bisogno di giocare ai dadi bastava scommettere sulle cose più varie.
Ne è d’esempio un gioco praticato nell’antica Roma, che non aveva bisogno né di scacchiere né di dadi, parliamo precisamente di Navia aut capita che vuol dire “Testa o Nave” perchè la moneta più adatta a questo gioco aveva incisa, da una parte la prua di una nave e dall’altra la testa di Giano. Indovinare quale faccia sarebbe uscita non bastava, perciò si scommetteva su una delle due facce a quel punto il gioco da divertimento diventava un gioco d’azzardo completamente a sé stante. Ai giorni nostri questo gioco è ancora praticato ed è conosciuto come Testa o Croce perché la prima moneta del Regno d’Italia aveva questi due simboli impressi uno nel “recto” e l’altro nel “verso”.

Per chiarire poi le regole di questi giochi abbiamo le informazioni che troviamo nelle varie fonti letterarie; sappiamo infatti che sul gioco furono composti addirittura interi volumi e sicuramente sui giochi d’azzardo nacquero vari trattati, uno di questi venne scritto perfino dall’imperatore Claudio, accanito giocatore. Oggi di tutte queste opere resta soltanto l’Onomasticon, un trattato in dieci libri scritti da Giulio Polluce. La parte che riguarda i giochi è il libro IX.
Fra tutti i giochi d’azzardo, sicuramente, il preferito fu l’astragalo, vi si giocava con le ossa brevi ricavate dalle zampe posteriori delle pecore, montoni ed altri animali, più precisamente dalle ossa articolate poste tra la tibia e il perone. Con gli astragali giocavano tutti: ragazzini, uomini e addirittura fanciulle; erano uno strumento di gioco così diffuso che vennero ricopiati in vari materiali: dall’economica terracotta al piombo, dal marmo ai più preziosi realizzati in avorio, argento e addirittura in oro. In alcune partite venivano usati pregiati astragali e sfarzosissime tabulae lusoriae (scacchiere) in cui si perdevano o vincevano cifre astronomiche.
I giovanissimi giocavano nientemeno che sul pavimento. Questo è quanto vediamo in una copia romana di una statua ellenistica, (II secolo a. C.), proveniente da uno scavo al Celio e oggi conservata a Berlino, nel Museo Pergamon: la ragazza pettinata con i capelli tirati e un leggero abito, sta accovacciata per terra e guarda pensierosa gli astragali che ha appena lanciato davanti a se. Un altro esempio è la lastra marmorea dipinta con tratto leggero (I secolo d.C.) proveniente da Ercolano e attualmente esposta al Museo Archeologico di Napoli, reca una scena firmata dal pittore Alexandros Athenaios, dove appaiono, in primo piano, due fanciulle che giocano con gli astragali. Il pittore ha indicato anche il loro nome: Agalaia e Ilaria, mentre, le donne in secondo piano sono Phoibe, Latona e Niobe.

Articolo di Samantha Lombardi pubblicato su Quotidiano di storia e archeologia diretto da Pierluigi Montalbano.

martedì 5 novembre 2013

Vincitori evento "THE SECRET"


Ancora una volta è stato dimostrato che le buone idee, perseguite con umiltà e determinazione, portano al successo. Così è stato per l'evento “THE SECRET ”, svoltosi nella notte del 31-ottobre a Castro dei Volsci, organizzato dalla omonima associazione. Un Urban game, come amano definirlo gli anglofoni, un gioco di ruolo, una maxi-caccia al tesoro, e, in sostanza, una notte di divertimento puro, fatica e adrenalina. 

E' stata molto azzeccata la scelta di ispirare l'evento alla nostra storia e tradizione. La trama che ha sorretto lo svolgersi del gioco è stata tratta da un libro di Ercole De Angelis, “Il segreto di Ambrise” ed evoca i Templari ed il loro modo di essere monaci cristiani e guerrieri, ignorando così la nuova moda che da anni vuole nella festa di Halloween, festa di origine pagana, il punto di riferimento della notte del 31 ottobre. 

Il gioco è stato vinto da una squadra di S.Giovanni Incarico e l'altissimo numero di partecipanti, più di duecento, provenienti da tutto il Lazio, ha consacrato l'evento come uno dei migliori del suo genere. Per tutta la notte, giovani armati di lampade ad ultravioletti, mappe, computer e navigatori GPS ha percorso le strade di tutto il territorio scoprendo i più suggestivi e paurosi angoli del borgo medievale di Castro dei Volsci. La pagina Facebook e il sito dell’evento (www.thesecretday.it) ha raggiunto in pochi giorni migliaia di accessi. 

La richiesta principale: a quando la prossima caccia?





venerdì 1 novembre 2013

Memorie di una cagna - Francesca Petrizzo


Sinossi:

Una nave è in vista delle coste greche. A bordo, una donna cerca di distinguere il profilo del Peloponneso nella luce incerta del crepuscolo. È Elena di Troia, ricondotta in patria dal marito Menelao dopo la distruzione dell'orgogliosa città. Al vento e alle onde, lei affida la propria storia. E la sua voce racconta una verità diversa da quella che tutti conoscono: malinconica e vibrante, parla di una creatura assetata d'amore, piena di passione e sensualità, ma costretta a obbedire alla legge del padre-re e a sposare un uomo che non aveva scelto, né desiderava. Una decisione fatale, da cui nasceranno lutti e tragedie, perché Elena cercherà tra le braccia di altri quel che le è stato negato. Perdendo tutto, e finendo marchiata come "cagna", sciagurata e traditrice. Sullo sfondo del mito e dei poemi omerici, Francesca Petrizzo spoglia la sua protagonista dell'alone leggendario, le dà carne e anima, creando una figura femminile che irrompe sulla pagina con la forza, la rabbia e la dolcezza di un personaggio autentico, archetipo di tutte le donne che nel tempo hanno opposto le ragioni del cuore a quelle del potere.

Recensione a cura di Cristina M.Cavaliere dal blog Il Manoscritto del Cavaliere:

Memorie di una cagna di Francesca Petrizzo è un romanzo sconvolgente a partire dal titolo, che è come un pugno sferrato nello stomaco. Ma non solo. L'autrice ha solo diciannove anni, ed è la prima volta che leggo una prosa così levigata e nello stesso tempo così matura da parte di una ragazza di quest'età. Non perché i giovani non siano capaci di sentimenti profondi, beninteso, ma perché certe amarezze, certe esperienze, certe forme di repulsione, devono essere vissute sulla propria pelle per essere espresse con la capacità d'immedesimazione di Francesca. Per questo la sua prosa è tanto stupefacente. Il romanzo narra le vicende di Elena di Troia, la donna bellissima che, a causa della sua fuga d'amore con Paride, scatenò la celebre guerra cantata dal poeta cieco Omero. Solo che, stavolta, la racconta lei, in prima persona, a ristabilire la sua verità. L'incipit, leggibile anche sulla quarta, ci introduce immediatamente nel vivo del romanzo: "La cagna. Così mi chiamano gli uomini dell'equipaggio. La cagna. Lo fanno di nascosto. Ma io li sento. Il mio nome è Elena, sono nata a Sparta, ma me ne andai per amore. Dicevano che ero la donna più bella del mondo. Del poco che ho avuto, del molto che ho perso, già gli aedi fanno racconti. Racconti bugiardi. Loro non c'erano, del resto. Io sì."



Fin dalla sua infanzia, comprendiamo che è Elena è una bambina assetata d'amore, ma irrimediabilmente sola, prigioniera di una corte che di volta in volta la protegge - malamente - dalle brame degli uomini, o la espone come merce in vendita, con un padre regale e distratto, e una madre che vede in lei solamente il riflesso di se stessa. Elena ha una sorella feroce come un lupo e che la odia, Clitemnestra. Due fratelli, Castore e Polluce, uniti in un legame quasi incestuoso. In tutto il romanzo scorre una bramosia maschile ora trattenuta e sottotraccia, ora liberata in maniera bestiale, che fa di Elena, sempre, una vittima sacrificale. Le donne all'epoca erano oggetti di scambio, e ancora oggi lo sono in moltissime zone arretrate del mondo. Elena è passata alla Storia esattamente in questo senso: come una creatura ceduta, rapita e scambiata, un essere al femminile il cui unico merito, se così si può dire, era di possedere una bellezza straordinaria, derivatale dagli dei. Una donna la cui volontà e voce erano inesistenti. Come i milioni, i miliardi di donne che sono trasmigrate sulla terra, hanno sofferto, amato, lavorato, si sono sposate o dovute sposare, hanno partorito figli, e sono morte senza avere mai potuto esprimere che cosa volessero veramente. Nessuna di loro ha mai potuto scegliere, o perlomeno dar vita ai suoi sogni. Marguerite Yourcenar, nel suo discorso per l'ammissione a l'Académie Française, le ha ricordate. Anche Francesca Petrizzo lo fa, nel suo romanzo, grazie alla sua prosa, cesellata come se avesse usato il bulino, tanto che ogni riga sembra un miracolo. Anche nel delineare i personaggi l'autrice è sempre sorprendente, così leggiamo di Achille, un giovane privo delle sue ire incontrollate, con "gli occhi cangianti dal verde all'azzurro, insostenibili", attraversati dalla follia. Che l'ammira e la ama come se fossero eguali. O la descrizione di certi paesaggi aspri e selvaggi accanto a Sparta, dove "L'ultima, vaga corona di rossa fiamma incorniciò la sagoma sbocconcellata dei monti prima di sparire del tutto," o il fiume Eurota dalle acque aspre e ghiacciate, presso la reggia. E, naturalmente, la città di Troia, seconda patria della fuggitiva Elena.



Elena e Paride. Faccia A di un cratere a campana apulo a figure rosse (Taranto?), 380–370 AC. Museo del Louvre, Parigi.



Di tutto, però, la nota di sottofondo più straziante è quella di un misterioso "fantasma" che si aggira tra gli ulivi accanto alla reggia, e nella sua memoria. Che cosa possiamo dire di più, se non invitare il lettore a leggere il romanzo per scoprire chi sia questo fantasma? Buona lettura, dunque.
Ti è piaciuto questo articolo? Segui i nostri aggiornamenti!

Enter your email address:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...